Omelia del Card. Dionigi Tettamanzi a chiusura dell'Anno Paolino

mercoledì, 1 luglio 2009 | Dionigi card. Tettamanzi, Arcivescovo di Milano

Il card. Dionigi Tettamanzi.Riportiamo l'omelia tenuta dal card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, nel corso della solenne celebrazione eucaristica per la chiusura dell'Anno Paolino nella Basilica di S. Ambrogio (28 giugno 2009).

Il dono del Vangelo e l'esperienza della misericordia

Carissimi,con questa celebrazione eucaristica concludiamo l'Anno Paolino. Ci sentiamo tutti in profonda e filiale comunione con il Santo Padre Benedetto XVI che ha fortemente voluto e vissuto questo anno dedicato all'Apostolo delle genti e che lo sta ufficialmente concludendo, proprio in quest'ora, con la celebrazione dei Vespri in San Paolo fuori le Mura.

Continuiamo a guardare a san Paolo

L'Eucaristia, che stiamo vivendo, è il massimo rendimento di grazie che la Chiesa rivolge a Dio per tutti i doni con cui il suo amore di Padre arricchisce la nostra vita. Oggi vogliamo dire la nostra gratitudine al Signore per i frutti di grazia maturati durante i mesi, le settimane e i giorni di quest'anno: frutti di conoscenza e di imitazione del cuore dell'Apostolo, del suo innamoramento di Cristo e di passione missionaria per il suo Vangelo di salvezza. Per la verità, Dio solo - lui che penetra nel cuore d'ogni uomo - conosce tutta l'ampiezza e l'intensità di questa maturazione culturale, pastorale e spirituale di cui è divenuto fecondo l'anno paolino.

In particolare, come Vescovo di questa Chiesa, sento il bisogno di ringraziare il Signore per il grande contributo che voi, famiglie paoline di Milano, avete dato - con la vostra riconosciuta competenza, la vostra generosità di persone e di risorse e di inziative, la vostra spiritualità - per la riuscita dell'anno paolino. Sono sicuro che quest'anno ha rappresentato, proprio per voi, una riconferma e insieme un rinnovamento del carisma che il vostro fondatore, il beato Giacomo Alberione, ha affidato alla sua grande famiglia.

Sì, concludiamo l'anno paolino, ma non nel senso di archiviare un passato che deve rimanere per così dire sigillato, ma nel senso di una ricchezza acquisita che non cessa di essere forza e slancio per un nuovo cammino, destinato a far fiorire e fruttificare i risultati raggiunti. In realtà non possiamo sottrarci all'interrogativo: quale significato ha avuto per noi, per me, questo anno? Sino a che punto la conoscenza dell'Apostolo - della sua conversione, della sua consegna totale a Cristo, dei suoi viaggi missionari, dei suoi scritti, in una parola del suo "cuore" - è diventata per noi una vera e propria "assimilazione" personale, e dunque ha rinnovato in profondità la nostra vita cristiana ed ecclesiale?

Vogliamo allora, anzi dobbiamo continuare a guardare a san Paolo. E, proprio per questo, oggi ci aiuta lo stesso san Pietro. E' l'invito che, per così dire, ci viene dalla liturgia che nella prima lettura e nel brano del Vangelo, mentre ci presenta due importanti episodi della vita di Pietro, ci consente di cogliere due aspetti essenziali del ministero dello stesso Paolo: il primo è la coscienza di aver ricevuto da Cristo il dono straordinario del Vangelo e di esserne stato totalmente plasmato; il secondo è l'esperienza della misericordia, cioè di un amore personale, immeritato e sorprendente, dimostrato da Cristo nei confronti di colui che si era comportato come un suo nemico e persecutore.

Sostiamo allora in breve meditazione su questi due aspetti della vita apostolica di Paolo.

Il Vangelo, potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede

La prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, ci racconta il primo miracolo di Pietro nella città di Gerusalemme: un uomo storpio dalla nascita, che ogni giorno chiedeva l'elemosina nel tempio presso la porta detta "bella", viene prodigiosamente guarito. A lui, che stende la mano per ricevere qualcosa, Pietro dice: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!» (At 3,6).

La frase è molto bella e appare anche molto adatta a riassumere l'intera missione di Pietro, ma anche dello stesso Paolo. Pure di lui, infatti, potremmo dire che coltivava il desiderio di rivolgere ad ogni uomo che incontrava queste medesime parole: "Tutto quello che ho te lo do e quello che ti do è in grado di rialzarti e di farti camminare".

Ma che cosa è mai questo dono straordinario che Pietro e Paolo possono offrire all'umanità e che è capace di sollevarla e di rimetterla in cammino? E' il Vangelo e la forza che esso sprigiona. Il Vangelo, infatti, è "potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede" (Rm 1,16), è la Parola del Dio vivente che agisce nei credenti (cfr. 1Ts 2,13). Esso non è soltanto insegnamento, istruzione, ammaestramento, ma per la potenza dello Spirito santo è rivelazione piena ed efficace del mistero di Dio nel mondo: è il suo farsi presente tra noi e farsi operante in noi, nei molteplici modi che la sua misericordia conosce. E tra questi vi è, in particolare, la testimonianza dei veri credenti, di coloro che, conquistati da Cristo, diventano suoi apostoli. San Paolo fu certamente uno di questi, una limpidissima e possente figura di santità cristiana.

E se ora ci poniamo nell'ottica dei destinatari, dobbiamo dire che il Vangelo è veramente la realtà più preziosa che l'umanità conosca, infinitamente superiore all'oro e all'argento, ed è anche il più grande dono che il cuore umano attende, anche se spesso senza esserne pienamente consapevole. Il Vangelo di Cristo è infatti forza di vita, è potenza che permette all'uomo di rialzarsi, di non rimanere accasciato, oppresso, avvilito, disperato; ma anche di non assuefarsi al vuoto dei valori, di non adattarsi alla superficialità delle cose, di non lasciarsi narcotizzare da uno stile di vita che non è tutt'altro che all'altezza della sua quasi infinita dignità di persona e di figlio di Dio.

Sì, il Vangelo di Cristo consente all'uomo di prendere il largo, di spalancare gli orizzonti, di risvegliare la mente e il cuore, di puntare alle altezze cui è chiamato, di gustare la bellezza della sua vocazione e di lasciarsi affascinare dalla serietà della sua missione nella storia. Il Vangelo rialza. Rialza perché poi si possa camminare, percorrere la via della vita, riconoscere il vero, il buono, il giusto, il bello e tendervi con tutte le forze, sentendo la gioia delle energie che lo Spirito suscita. Tutto questo - ed è qualcosa di veramente grandioso, di autenticamente rivoluzionario - fa il Vangelo nella vita degli uomini!

San Paolo ne è assolutamente consapevole, sulla base di un'esperienza diretta e personale. In lui il dono del Vangelo si unisce a tal punto con la sua persona da fondersi totalmente. Ciò che l'apostolo dona agli altri è esattamente ciò che lui stesso possiede: il dono di Dio è tutto ciò che egli ha, ma anche tutto ciò che egli è. Il Vangelo di Cristo è la sua vita, la sua passione, la sua gioia, la sua speranza. Egli non riuscirebbe a pensarsi se non a partire da qui.

Potremmo forse dire che il nome dell'apostolo deriva dal nome di Gesù, che l'identità del servo viene dall'identità del suo Signore. Certo, il nome di Paolo non cambiò, a differenza di quello di Pietro, ma anche nell'apostolo delle genti avvenne un profondo mutamento, che lo indusse a guardare se stesso con occhi nuovi. Lo attestano alcune parole estremamente suggestive e lapidarie delle sue lettere: "Per me vivere è Cristo" (Fil 1,21); "Cristo vive in me" (Gal 2,20). "Noi abbiamo il pensiero di Cristo" (1Cor 2,16). Il Cristo e l'apostolo sono dunque misteriosamente uniti, formano un tutt'uno, un tutt'uno inscindibile.

Il volto di Paolo è il volto di Cristo e il volto di Cristo è il volto di Paolo. La seconda lettura che abbiamo ascoltato - tratta dalla lettera ai Galati - parla proprio di questo. Ricordando l'episodio di Damasco Paolo dice: "Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti" (cfr. Gal 1,15). Non è possibile per Paolo pensarsi in altro modo. Egli è il servo di Cristo, colui che è stato chiamato ad annunciare il Vangelo di Dio. Egli sa che è stato inviato a donare il Vangelo e insieme a donare se stesso, la persona del Signore e insieme la propria persona: non si possono separare queste due realtà. Ai Tessalonicesi scrive: "Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari" (1Ts 2,8).

Davvero grande è la misericordia di Dio!

Un secondo aspetto del ministero di Paolo emerge dal brano del Vangelo di Giovanni, che ci riferisce la triplice domanda di Gesù a Simone: "Mi ami tu?", domanda che non può non riportarci al triplice rinnegamento fatto dall'apostolo. Per tre volte Pietro disse: "Non lo conosco!". Quella colpa che Pietro vorrebbe rimuovere dalla sua memoria, quella debolezza che tanto lo ha riempito di amarezza viene ora richiamata dal suo Signore, ma al solo scopo di risanarla. E riconfermato in grazia, pienamente perdonato, Pietro riceve il mandato di guida universale della Chiesa: "Pasci le mie pecorelle!". Davvero grande è la misericordia di Dio! Anche il peccato dell'uomo diventa occasione per conoscere, per sperimentare "la misura senza misura", del tutto esorbitante dunque, della grazia divina.

Quel che accade a Pietro accade anche a Paolo. Potremmo anzi dire che proprio da questa misericordia senza confini fu trafitto il suo cuore. Egli intuì il segreto del Figlio di Dio crocifisso nel momento in cui si rese conto che veniva chiamato mentre era un persecutore e che il Cristo non cessava di amarlo anche quando egli lo bestemmiava. Nella prima lettera a Timoteo l'apostolo scrive: "Rendo grazie a colui che mi ha dato forza, Cristo Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia, chiamandomi al ministero, io che per l'innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento" (1Tim 1,12). E più avanti: "Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io" (1Tim 1,15).

Di questa misericordia ha immenso bisogno l'umanità intera, ciascuno di noi. Questo lo confessiamo, ben sapendo che l'amore misericordioso di Dio non tollera affatto il male morale della persona, né i suoi facili compromessi, le sue continue autoassoluzioni, ma ci apre alla speranza certa che il riconoscimento sincero della nostra miseria ci conduce a sperimentare la gioia profonda, pura e liberante del perdono.

È questo il mistero della condiscendenza di Dio, del suo amore ardente e senza limiti. Paolo, che è stato salvato dal Vangelo, sa bene che questo dono è per tutti. Il desiderio "che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità" ha fatto di lui, nella storia della Chiesa e del mondo, l'apostolo per eccellenza.

Carissimi, per l'intercessione di Paolo questo desiderio possa animare anche il nostro cuore, possa sollecitare e sostenere l'azione missionaria della Chiesa e delle nostre comunità cristiane, oggi e sempre.

Sia questa - per grazia di Dio - la scia di luce dell'Anno Paolino che oggi solennemente concludiamo.

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